Recensione di TRE MANIFESTI A EBBING, MISSOURI

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Vorremmo tutti abitare a Ebbing, Missouri, la città con il più alto senso dell’umorismo pro capite.
Vorremmo tutti avere il talento per la scrittura di Martin McDonaugh (regista e sceneggiatore irlandese noto per “In Bruges” e “7 psicopatici”), che ci ha regalato sceneggiatura e dialoghi tra i più belli degli ultimi anni. Film corale, con un cast perfetto, Tre manifesti a Ebbing, Missouri parla di Mildred Hayes (Frances McDormand), che chiede giustizia per l’orribile morte della figlia facendo affiggere tre enormi manifesti che chiamano in causa direttamente lo sceriffo Bill Willoughby (Woody Harrelson). A questa provocazione ovviamente reagiscono sia la piccola comunità che il corpo di polizia, e in particolare l’agente Jason Dixon (Sam Rockwell), noto per le sue antipatie nei confronti dei neri.

I tre cartelli sono realmente esistiti, ha raccontato McDonaugh, che li ha visti personalmente da un autobus nel mezzo dell’America profonda, e l’idea di scrivere un film intorno a questa rabbia ha girato a lungo nella sua testa, finché non ha messo a fuoco il personaggio principale, una madre. La morte di un figlio è il grande dolore inimmaginabile per chiunque non lo abbia vissuto e raccontarla è sempre una scelta di estremo coraggio perché è un tabù del dolore, non della morale.

Una commedia nera con un sapore western, confermato dalla McDormand, che ha detto di aver pensato a John Wayne per il suo personaggio: Mildred è viva, ha un altro figlio, ha un lavoro e una casa e la morte della figlia non l’ha lasciata distrutta, ma piena di rabbia, e un giorno decide di prendere questa rabbia, che è intima e personale e non comunitaria, e di renderla pubblica (“Più tempo mantieni un caso sotto i riflettori, migliori sono le tue possibilità di vederlo risolto”). Mildred vuole giustizia, Mildred vuole vendetta, soprattutto Mildred non vuole quel silenzio assordante. Mildred vuole mettere a ferro e a fuoco la città finché non ottiene una delle due.

Tre cartelli, tre protagonisti: oltre alla sceneggiatura di ferro, i tre attori principali sono spettacolari. Ovviamente avere a disposizione dei personaggi maiuscoli aiuta. Sono tre figure di grande spessore tragico, comico e umano, in un ambiente piccolo che comprende uno stuolo di comprimari a loro volta assolutamente perfetti. McDonaugh ha messo insieme i pezzi come un puzzle, la storia, i personaggi, gli attori, ed ha confezionato uno dei film più belli (sicuramente quello scritto meglio) dell’anno e che cambierà a breve l’associazione “La McDormand, quella di Fargo” con “La McDormand, quella dei Tre Manifesti”.
Il film infatti sta andando fortissimo in questa stagione di premi, dai Golden Globes (dove ha vinto come Miglior Film Drammatico, Migliore Attrice, Migliore Attore Non Protagonista e Migliore Sceneggiatura) agli Aacta International Awards (Miglior Film, Migliore Sceneggiatura, Migliore Attore Non Protagonista) e si è piazzato secondo nella classifica dei migliori film del 2017 dell’AAfca, l’associazione dei critici afro-americani, mettendo una seria ipoteca sui prossimi Oscar nelle categorie principali.

Tre manifesti a Ebbing, Missouri è un film talmente arrabbiato che viene a svegliarti nel cuore della notte, ti prende per il pigiama mentre sei ancora intontito e ti urla in faccia “E tu? Cosa ne pensi? Che personaggio sei? Da che parte stai?” e poi se ne va rompendo il vetro della finestra e dando fuoco ai cassonetti in strada nel tragitto per poi dirigersi verso quel magnifico finale.

Barbara Belzini

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