Recensione di THE WORKERS CUP

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Che cosa splendida il Mondiale di calcio: le partite viste a casa o al bar con gli amici, la propria nazionale che si sfida per il titolo in quegli enormi stadi sempre pieni. Ma qualsiasi palcoscenico ha bisogno di un lavoro dietro e un duro impegno per allestirlo: cosa ci sta veramente sotto? Dai grandi ma poveri paesi dell’Africa e dell’Asia, cospicue masse di uomini – con le loro storie e il loro passato – saranno occupate nella costruzione degli impianti sportivi che ospiteranno le partite del mondiale 2022 in Qatar. Pieni di speranza e con l’ambizione di poter guadagnare qualcosa per sé e la loro famiglia, si affidano (o di fatto si consegnano) ad associazioni in collaborazione con le grandi ditte costruttrici.

Ma arrivati si rendono immediatamente conto che non sarà rose e fiori la vita che dovranno affrontare: non è forse azzardata la definizione di “schiavismo moderno” la situazione nella quale sono costretti a vivere questi lavoratori basso-stipendiati: lavorano dal mattino fino al tardo pomeriggio, spesso senza la possibilità di un giorno feriale dei sette (previsto invece dalla legge). Eppure la speranza di trovare una realtà migliore per alcuni potrebbe presentarsi, grazie al torneo che vede coinvolte le ditte costruttrici con squadre formate dagli stessi lavoratori, anche sotto gli occhi di osservatori di squadre di calcio professionistiche. Vogliono un altro gol, vogliono la possibilità di uscire da questa scatola e di essere di nuovo liberi: strana parola ‘’libertà”, non è vero? Il problema fondamentale è che le ditte tendono a non tutelare i diritti dei loro lavoratori: si occupano di sfruttarli per produrre il più possibile ed ottenere sempre più appalti. Ma il film non è solo questo, il film è tanto altro: non resta che mettersi comodi e godersi The Workers Cup.

Giacomo De Poli

 

 

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