Recensione di The Lobster

THE LOBSTER

di Yorgos Lanthimos con Colin Farrell, Rachel Weisz, Léa Seydoux, 1h 58’, GRE 2015

Maria Caldini _ Liceo M. Gioia

Il commediografo Aristofane amava catapultare i greci del V sec. a.C. in un mondo onirico, una prospettiva inusuale e satirica da cui guardare il reale. E’ ciò che tenta di fare Yorgos Lanthimos, regista greco, con il suo primo film in lingua inglese, una delle sue “allegorie moderne sulla condizione umana” (come le definisce il produttore Ed Guiney). Oggetto di indagine è l’amore come condizione di vita, oggi più che mai questione di “single” o “impegnato”, e i sottili condizionamenti a cui la società ci sottopone in questo ambito.

In una realtà più parallela che futuristica è vietato essere single oltre una certa età: la pena è la deportazione in un hotel dove si deve trovare un partner entro 45 giorni per non essere trasformati in un animale a propria scelta. In questa lussuosa prigione regole inflessibili privano gli ospiti della loro privacy, mentre la “caccia” al partner li costringe a grotteschi escamotage per cercare “compatibilità” con altre persone.

La fuga dell’enigmatico protagonista – un Colin Farrell irriconoscibile – nel bosco, fra i Solitari, lo porta a trovare l’amore proprio dove non è consentito. Infatti – e qui sta l’originalità – il mondo dei ribelli, come spesso accade ai rivoluzionari, è opposto a quello dell’hotel ma ugualmente repressivo e anche più brutale. Entrambi i mondi distorcono ciò che di più naturale c’è nell’essere umano: il bisogno di relazione.

Nel surrealismo generale la goffaggine dei personaggi dona loro naturalezza: e infatti Lanthimos ha chiesto agli attori di abbandonarsi all’istinto, in modo che i personaggi emergessero da soli. Una musica angosciante e tagliente e l’uso del rallentatore drammatizzano, a volte con tocco ironico, alcune scene, offrendo momenti di suspense.

Violenza fisica e violenza psicologica convivono in un film non privo di elementi amari e forse volutamente stonati, che offre una visione amplificata della nostra preoccupazione di rimanere soli. Da vedere per il modo – un po’ ostentatamente – anticonvenzionale di trattare l’ormai convenzionale tema dell’amore.

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