Recensione di IL FILO NASCOSTO

IL FILO NASCOSTO

di Paul Thomas Anderson, USA 2018

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Londra, anni Cinquanta, lo stilista Reynolds Woodcock (Daniel Day-Lewis) dirige insieme alla sorella Cyril (Lesley Manville) la celebre casa di moda House of Woodcock, famoso marchio di stile ed eleganza dell’alta società britannica, richiesto da reali, stelle del cinema e nobildonne.

Nonostante lo stilista sia uno dei più rinomati del dopoguerra ed abbia, grazie al suo mestiere, una conoscenza profonda dei desideri femminili, l’amore non riesce a trovare spazio nella sua vita, dedicata principalmente al suo lavoro. Lo scapolo insofferente perciò preferisce, tra un lavoro e l’altro, intrattenersi con donne diverse, che gli procurino la giusta dose di ispirazione e compagnia. Questa routine si interrompe quando incontra una modesta cameriera di nome Alma (Vicky Crieps), ragazza ostinata, che riuscirà a colpirlo nel profondo dell’animo, diventando sua Musa e sua amante. La loro vita assieme sarà un continuo rimescolamento di forze, in cui il carattere di Alma fa pian piano a pezzi le sicurezze di Reynolds, pescando tra le ossessioni che governano il suo passato, perché i vestiti che fabbrica Woodcock sono anche l’incarnazione dei suoi fantasmi, di sua madre e del suo abito nuziale.

Cinque anni dopo The Master (2012) Paul Thomas Anderson torna ancora a parlare di un rapporto ossessivo tra due personaggi, in cui le dinamiche di figura forte e figura debole si vanno a inter scambiare nel corso della narrazione.

Il regista descrive con la classe che lo contraddistingue la storia di un intreccio amoroso oltre che un intreccio di trame, di stoffe, tracce invisibili da cogliere, pensieri ricamati e cuciti nelle pieghe, negli orli, nei risvolti, fili che vengono uniti per sempre dagli aghi che entrano e escono dal tessuto. Piccole parole ricamate negli eleganti abiti, nascoste dentro una piega o una fodera, nelle quali ci si può mettere qualsiasi cosa, che resterà invisibile ed eterna, come l’amore tra Reynolds e Alma, come quel filo nascosto che li ha legati l’uno all’altra. Nella lussuosa villa-atelier di Woodcock, quindi, si continua, a salire e scendere le scale, a togliersi e mettersi gli abiti, a mangiare e non mangiare, un susseguirsi di litigio e riconciliazione, malattia e affetto.

Quello che sembra inizialmente un film romantico si trasforma in un thriller psicologico, che in mezzo a tanti riferimenti cinematografici porta in ogni inquadratura il tocco personalissimo di Paul Thomas Anderson, il quale ha dato vita a un grande melodramma, con al centro l’amore e le debolezze umane, impossibili da nascondere, anche sotto la stoffa di un bellissimo abito da sposa. Soltanto un grande attore come Daniel Day-Lewis poteva incarnare il ruolo del maniacale e tormentato stilista Raynolds Woodcock. Il celebre interprete aveva già lavorato con Anderson in Il Petroliere (2007) e proprio con il regista statunitense ha voluto concludere la sua carriera. Infatti questa sarà la performance che segnerà l’addio dal grande schermo dell’eccezionale attore britannico, avendo dichiarato che all’età di 60 anni si sarebbe ritirato.

La sua ultima presenza cinematografica non avrebbe potuto meritare un esito migliore, una conclusione di una carriera che merita di essere ricordata, con 3 Premi Oscar vinti grazie alle magistrali interpretazioni in Il mio piede sinistro (1990), nel già menzionato Il Petroliere (2007) e in Lincoln (2013). Nonostante quest’anno parta da sfavorito di fronte a un Gary Oldman in stato di grazia, nel ruolo di Winston Churchill in L’ora più buia (2017), ci si chiede se riuscirà a mettere la ciliegina sulla torta vincendo per la quarta volta l’ambita statuetta.

Attenzione quindi, parliamo di Daniel Day-Lewis, nulla è scontato.

Simone Schiavi

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