Recensione di JACKIE

Mercoledì 12 luglio ore 21.45 Arena Daturi

JACKIE

di Pablo Larrain con Natalie Portman, Billy Crudup, Peter Sarsgaard, Greta Gerwig, 1h 40’, USA-CIL-FRA 2016

Jackie: Are you afraid I’m about to cry?
Journalist: No, I’d say you’re more likely to scream.
Jackie: Scream what?
Journalist: My husband was a great man.

Rimasto fuori dagli Oscar ma entrato dritto nei nostri cuori, Jackie di Pablo Larraín è un film di rara intensità, data dalla scelta registica di raccontare i quattro giorni successivi all’omicidio di John Fitzgerald Kennedy stando addosso letteralmente alla figura della moglie Jackie Kennedy, interpretata da una veramente ottima Natalie Portman.
Il film ha una storia abbastanza travagliata: l’idea iniziale è del 2010 ed è pensata originariamente come una miniserie televisiva di produzione HBO, con Steven Spielberg a capo del progetto.
Quando si è deciso di trasformarlo in un film, la protagonista doveva essere Rachel Weisz e il regista Darren Aronofsky: i due sono stati una coppia per quasi dieci anni e quando hanno rotto il progetto è naufragato con loro. Nel 2012 la casa di distribuzione Fox cerca di accaparrarsi la Portman come possibile protagonista, nella speranza di recuperare Aronofsky, che con la Portman ha realizzato il suo film di maggior successo, Il Cigno nero (Oscar per la migliore interpretazione femminile, ma lei ha vinto di tutto con questo film): infine, nel 2015 Aronofsky lo propone a Larraín.
Jackie è in parte basato sulla vera intervista del giornalista Theodore H. White a Jackie, realizzata una settimana dopo la morte del marito. E il film questo racconta, la verità di Jackie. Che sa che il marito non è perfetto, né come compagno né come statista, ma sa come costruire il mito dei Kennedy. Durante l’intervista Jackie racconta molte verità, ma solo alcune raggiungeranno la pagina scritta.
Strutturalmente è un film molto parlato, nervoso, quasi nevrotico, con una sceneggiatura di ferro fatta di magnifici dialoghi (premiata infatti a Venezia 2016).
Perché il lavoro di Jackie è rendere suo marito memorabile, come Lincoln, l’unico degli altri tre presidenti assassinati di cui si ricorda la gente comune. E perché se lo ricordano? Perché, lo dice Robert Kennedy interpretato da Peter Sarsgaard, è un uomo che con una sola firma ha liberato 4 milioni di persone dalla schiavitù.
E mentre il fratello mette in dubbio la legacy dei Kennedy “What did we accomplish? We’re just the beautiful people, right?”, lei gli intima di tacere. Lei sceglie il luogo della sepoltura, decide le apparizioni con i bambini, organizza il funerale del marito come quello di Lincoln, studia il percorso, i partecipanti, il corteo, la carrozza, i soldati, l’elenco dei capi di stato. Fosse stato per lei “There should be more horses, more soldiers… There’s more crying, more cameras..”, dice al giornalista, in una delle tante confessioni che saranno poi tagliate.

Jackie va dritta al punto con una intima percezione dell’impatto dei media, della televisione soprattutto “We have television now. Now people can see with their own eyes”, che viene reiterata nel film documentario White House Tour, girato nel 1962, dove Jackie raccontava la storia delle stanze, dei mobili, delle suppellettili, dei cambiamenti fatti e del recupero della storia e della tradizione americana. Attraverso la bellezza.

E costruisce l’icona del marito, pezzo per pezzo, apparizione per apparizione, parola dopo parola. Lavora per il ricordo del marito e contemporaneamente lavora per sé stessa. Perché è chiamata ad essere forte per sé, per i figli, per la nazione, per la corte che la circonda e che prova a dirle cosa fare.
E a sua volta diventa un’icona, come le dice White: “You left your mark on this country, Mrs. Kennedy. These past few days…That’s the story. Losing a President is like losing a father. And you were a mother to all of us. And that’s a very good story. The entire country watched the funeral from beginning to end. Decades from now, people will remember your dignity, and the majesty… They’ll remember you.”
Come ce lo dirà Warhol nella sua famosissima opera Nine Jackie che la raffigura in diversi momenti, prima dell’omicidio, radiosa, e subito dopo l’omicidio, attonita e insanguinata. Come lo racconta lei stessa al prete dal quale cerca confronto, e conforto, non l’ha fatto per lui, l’ha fatto per sé.
Il film non lo dice, ma sicuramente Jackie conosce la battuta finale de “L’uomo che uccise Liberty Valance” di John Ford, un film del 1962, solo un anno prima, “When the legend becomes fact, print the legend.” La sua versione, più sofisticata, è “People like to believe in fairy tales”.
In molti hanno scritto che Jackie sembra quasi una storia dell’orrore, di fantasmi. È sicuramente una storia di morte. Ed è sicuramente una storia di controllo, di verità e di controllo della verità, che è una parola chiave che ritorna sempre nel film.
Il filmino di Zapruder, le ricostruzioni di JFK di Oliver Stone, il saluto militare del piccolo John verso la bara del padre, tutto ti gira in testa mentre guardi Jackie.
E tutta la parte della morte e del post mortem (per dirla con un altro grande titolo di Larraín) e così impressionante perché parte da una profonda verità, da quelle immagini del puro istinto di Jackie che sale sul cofano e cerca di raccogliere il cervello del marito sparso sulla macchina.
Per forza è una storia horror. Per forza è una storia d’amore. In bilico tra il togliersi il vestito inzuppato di sangue del merito o tenerselo. E se alla fine la trovi, la verità, o ti ammazzi o la mattina dopo ti alzi e ti fai il caffè.

Barbara Belzini

Courtesy of Piacenzasera.it

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