Recensione di IO, DANIEL BLAKE

Giovedì 22 giugno 2017 ore 21:45 all’Arena Daturi di Piacenza

Io, Daniel Blake

di Ken Loach, con Dave Johns, 1h 40’, GBR-FRA 2016

Non sono molti i registi che fanno film a tema sociale di questi tempi.
Ken Loach non ha mai smesso.
Daniel Blake ha 59 anni e un cuore malandato. Dopo un incidente sul lavoro si trova a casa tra le scartoffie e i call center nel tentativo di ottenere il sussidio per malattia. Si scontra con operatori telefonici che seguono roboticamente procedure predeterminate. Non può avere l’assegno di disoccupazione perché non è abile al lavoro e non può avere l’indennità di malattia perché è stato dichiarato non abbastanza malato per averla. È in un loop dei nostri tempi schiacciato tra le procedure on line e i protocolli applicati gelidamente. Nel suo ostinato peregrinare incontra una ragazza appena arrivata a Newcastle con i suoi bambini. I due hanno lo stesso problema: il sistema non è più utile per loro e loro non sono più utili al sistema.
Daniel Blake è un Signor Film. Pieno di Maiuscole. Di una verità cruda e dolorosa che non siamo abituati a vedere. Un film struggente pieno di dolore reale. Un film denso, un film di significato negli anni dell’intrattenimento.
Un film di una dignità assoluta che si rifiuta di essere umiliata. Sono 50 anni che Loach non le manda a dire a nessuno, non edulcora niente e dice quel che ha da dire con la rabbia tranquilla di chi sa che quel che racconta è quello che vede. E quello che vede è un mondo sempre più lontano dalle persone.
Nonostante abbia vinto la Palma d’Oro al Festival di Cannes (la seconda, dopo Il vento che accarezza l’erba nel 2006, un primato che hanno in pochi e quei pochi sono del calibro di Francis Ford Coppola, Emir Kusturica, i fratelli Dardenne, Michael Haneke), la critica in generale lo ha classificato come troppo prevedibile, troppo “telefonato”. Ma a Loach per fortuna non interessano i critici. A lui interessa fare i film che ha sempre fatto tirandoteli dritti sul muso.

Barbara Belzini

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