No il dibattito no!

La mia iniziazione al Cinema d’autore cominciò nel 1974. Studente al primo anno di liceo accompagnai mio fratello più grande alla proiezione che si teneva nel piccolo cineforum della città dove abitavo.
Il film era “Macbeth” di Roman Polanski e l’impatto ancor prima visivo che emotivo fu sconvolgente. Da allora la magia del grande schermo mi catturò alimentando di volta in volta la passione per questa arte e lo stimolo a conoscerla e approfondirla.
Ricordo ancora con emozione una rassegna che questo piccolo cinema propose un sabato. In un orario che andava dalle 15 alle 23 il programma prevedeva cinque film di Ingmar Bergman intervallati da brevi cartoni animati di Walt Disney per staccare un po’ tra l’uno e l’altro. La visione di capolavori come “Il Settimo Sigillo” o “La Fontana della Vergine” mi aprirono gli occhi verso un mondo nuovo, temi affascinanti e uno stile di tale impatto visivo alimentarono il mio desiderio di vedere quanti più film possibile. Ai tempi del liceo, l’occasione di assistere a qualche proiezione su iniziativa della scuola era legata al periodo storico o artistico in corso di studio. Quelli della mia generazione ricordano con gioia le lezioni saltate per andare al Cinema per vedere “Roma Città Aperta” o “Paisà”, anche se molti temevano l’interrogazione del giorno dopo sul messaggio del film o avrebbero preferito pellicole di maggior svago. I più fortunati che avevano a disposizione insegnanti più aperti e preparati in materia, studiarono attraverso “Ladri di Biciclette” o “La Terra Trema” la nascita del neorealismo e l’impatto socio-culturale che ebbe questo movimento sul nostro paese e su tanti cineasti che ne fecero un proprio basilare riferimento.

I nostri grandi maestri, Visconti, Rossellini, De Sica e Fellini, esempio per tante cinematografie e autori internazionali erano apprezzati spesso più all’estero che sostenuti nel nostro paese e scoprirne le loro opere contribuì a formare le basi della nostra passione per il Cinema. Riuscire a vedere una dei loro capolavori era motivo di vanto e di orgoglio per noi appassionati che li conoscevamo solo attraverso le riviste specializzate. Era anche un approccio diverso alla cultura, si stava in silenzio in sala e si cercava di cogliere quegli elementi che avevamo studiato e il grande schermo rapiva il nostro sguardo. Oggi mi capita spesso di rimproverare i vicini di poltrona che chiacchierano o commentano ogni scena o dialogo come se fossero nel loro salotto. Riaccese le luci ci si confrontava e si discuteva per ore magari davanti a una birra o a un dolce (toast biancaneve e semifreddo panna e cioccolato erano un classico nel bar davanti al cinema). Le lotte più accese erano su chi fosse più degno di stima tra Chaplin e Keaton (io sono sempre a favore del primo che considero il cineasta più grande della storia del Cinema) o se Brando fosse più bravo di Newman (a mio modesto parere considero il primo il più grande attore di tutti i tempi).
Iniziai qualche anno dopo a frequentare i festival. Da Trento raggiungere Venezia in treno non era molto difficile e l’arrivo davanti al palazzo del cinema al Lido fu un vero e proprio shock. Si dormiva in spiaggia nei sacchi a pelo e si facevano file interminabili per comprare i biglietti d’ingresso sperando che nell’attesa qualche regista o qualche attore si presentasse al nostro sguardo. La prima volta che entrai in Sala Grande non la scorderò mai. L’ingresso all’Hotel Excelsior, dove alloggiavano le star, era ancora proibito a noi studenti ma l’atmosfera che si respirava era davvero magica. Negli anni successivi, anche grazie alla rivista Cineforum di cui ero e sono fedele abbonato e assiduo lettore, ebbi i primi accrediti per accedere gratis in sala e alle conferenze stampe. Non ci potevo credere! Assistere alla presentazione dei film per bocca degli stessi registi e interpreti era un’occasione unica per capire meglio il film e incontrare di persona i divi dello schermo. Ricordo ancora con emozione la conferenza stampa di Kieslowski pochi anni prima della sua scomparsa, le lacrime di Dexter Gordon alla fine della proiezione del film sulla sua vita diretto da Tavernier, e la commozione di Nanni Moretti agli interminabili applausi per “Palombella Rossa”. Mi vantavo con gli amici di aver visto e magari di aver fotografato Marco Ferreri o Monica Vitti, Jean Pierre Lèaud o i fratelli Taviani. Davvero esperienze indimenticabili.
In quegli anni la presenza di sale di questo tipo era nutrita e le rassegne su temi e/o autori di vario genere si contendevano il pubblico affamato di film. Erano gli anni dell’impegno, e la voglia di fare cultura attraverso il Cinema nasceva dall’attenzione alla comunicazione e alla partecipazione socio-politica.
Se cerchiamo sul dizionario la parola “Cineforum” la definizione parla di “incontro o ciclo di incontri, a carattere culturale, in cui alla proiezione di un film segue un dibattito”.
Ho sempre pensato che la condivisione con più persone di immagini o di una storia, nella concentrazione di una sala buia fosse la vera essenza del Cinema. Stupirsi, confrontare pareri, discutere e scambiarsi le proprie emozioni, e infine innescare quel processo di identificazione che ha sempre affascinato ogni spettatore, suscitando riso, pianto, ammirazione o indignazione.
Ecco come il Cinema può diventare allo stesso tempo un’opportunità educativa, un luogo di socializzazione e un’occasione per costruire cultura.
I primi cineclub che si prefiggevano questi scopi nacquero in Francia negli anni 20 grazie a Louis Delluc, fondatore della rivista Cinéma a Parigi e grande studioso di estetica del Cinema. Negli anni 60 la nascita di alcuni movimenti cinematografici, tra cui in particolare la “Nouvelle Vague”, porta all’apice qualitativo questo modo di fare cultura. Su questa scia, alimentata dai movimenti politici che scuotevano l’Europa, anche in Italia aprivano nuove sale e i cineforum consentivano a pubblici più numerosi di scoprire nuovi autori anche stranieri o di rivedere e rivalutare opere precedenti. Negli anni 80 con l’avvento dell’home-video e, sul piano sociale, di un riflusso nel privato, la fruizione cinematografica virò verso il consumo personale.
Oggi fortunatamente si assiste a un ritorno dell’interesse culturale ed educativo del Cinema, ma lo sforzo nel sostenerlo incontra spesso molte difficoltà e non solo economiche. Ma quali sono i criteri e le giuste modalità per impostare un Cineforum?
Credo che il primo nodo centrale sia il concetto di “vedere”. Il Cinema è fondamentalmente uno sguardo sul mondo che attraverso l’evoluzione del linguaggio elabora la singola interpretazione dell’autore o del regista. Obiettivo principale è quindi catturare questo sguardo e coglierne i vari aspetti, tecnici ma non solo.
In secondo luogo questo sguardo, questa visione, devono portare al prodursi di un sapere e di una conoscenza di ciò che abbiamo visto, riconducendolo alle logiche culturali e al contesto storico del momento in cui il film è stato prodotto. La fine di questo percorso ci dovrebbe portare allo sviluppo di una coscienza critica e di una valutazione etica che sedimentino il ricordo di ciò che abbiamo visto e ci guidi nel nostro approccio al grande schermo.
Questi obiettivi devono essere tra loro complementari e tutti indispensabili, ma per realizzarli dobbiamo fornire degli strumenti al nostro pubblico.
Elemento base è la scheda del film, essa deve essere sintetica e contenere i dati principali: regia, cast, origine, anno di produzione, un breve profilo del regista, la sua filmografia essenziale e una sintesi della trama. La scheda non deve chiudere il senso del film, al contrario offrire gli elementi necessari per essere ripresa dopo la visione in funzione di un ripensamento critico della stessa. Tutto ciò fornisce la base della discussione. Se è vero che il morettiano “no il dibattito no!”, non deve farci recepire questa fase come un’imposizione nei confronti del pubblico, dobbiamo invece capirne il significato e delinearne lo scopo.
Se intendiamo il dibattito come semplice comunicazione delle proprie impressioni a caldo (mi è piaciuto o no etc.) nel tentativo di ricondurre il “messaggio” alla propria esperienza personale, allora il dibattito serve a poco.
Se invece riesce a essere un’occasione per applicare insieme e con metodo un’attenzione mirata all’immagine filmica e ai suoi contenuti ecco che il senso del nostro cineforum prende forma e sostanza.

Il metodo si basa essenzialmente su tre aspetti: saper vedere, sapere comprendere e saper valutare.
Ritornano quindi i concetti espressi prima, l’analisi degli elementi tecnici (fotografia, uso dei campi e dei piani, tipo di montaggio e il sonoro), del contenuto del film (il suo dire qualcosa mostrando qualcosa) e in ultimo l’aspetto ideologico del film (qualità artistica, impegno morale del regista e impatto sul pubblico).
Tutto ciò deve essere però sempre rapportato alla tipologia di pubblico che abbiamo in sala e alle scelte di programmazione. È fondamentale mettersi nell’ottica di chi guarda per soddisfare le esigenze di tutti, ecco quindi che alternare nella preparazione di una rassegna la promozione di nuovi autori alla rivisitazione di opere più antiche e all’approfondimento di un regista o di un attore/attrice, ci permette di accontentare i gusti degli spettatori e di interagire meglio con loro.
Su questi concetti ho sempre cercato di proporre le mie rassegne. La prima che organizzai fu nel centro civico del comune dove prestavo servizio civile. Il tema, che deve essere sempre specifico e mirato, era l’antimilitarismo e andò abbastanza bene, grazie a Chaplin col “Grande Dittatore” e “Orizzonti di Gloria” del grande Kubrick riuscii ad alternare impegno e svago mettendo a fuoco tutti gli aspetti dell’argomento. Presentare il film al pubblico e rispondere alle domande mi intimidiva ma allo stesso tempo mi dava grande soddisfazione. Giunto a Piacenza trovai la disponibilità, tramite amici, di una piccola stanza dove proiettare i film che amavo. Organizzai brevi rassegne sui più svariati temi. Volevo approcciare questi temi attraverso tre o quattro titoli al massimo, anche allo scopo di stimolare la curiosità e la voglia di approfondire anche da soli gli argomenti suggeriti, attraverso la discussione, i libri e le pellicole di analogo soggetto.
Vedemmo i capolavori di Lubitsch, maestro indiscusso della commedia e del suo allievo Billy Wilder, presentai un breve approccio al neorealismo italiano attraverso la collaborazione tra De Sica e Zavattini. I cicli su Sordi e Manfredi furono molto apprezzati così come i film sull’infanzia tra cui “Gli Anni in Tasca” del regista che considero il mio preferito da sempre: Francois Truffaut. Qualche anno fa il comune di Torino, in occasione dell’anno dell’astronomia, mi chiese di realizzare una sintesi dei film che meglio hanno trattato tale argomento. Vedere in sala il mio piccolo lavoro “Cinema Celeste” e sentire gli applausi di gradimento è stata una bella soddisfazione.
Più recentemente ho cercato di abbinare le proiezioni a realtà ancora più specifiche come scuole o circoli sociali. Il tema della solidarietà fu al centro della rassegna organizzata per ADMO in cui fui felice di presentare “Rosso come il Cielo” uno splendido film italiano sulla disabilità dei bambini. E il rapporto Cinema-Pittura mi permise di avvicinare un pubblico forse un po’ più selezionato ma non meno attento e partecipe che poteva rivedere sul grande schermo i quadri che aveva ammirato sui libri o nei musei.
L’ultimo mio lavoro ha visto la collaborazione con il circolo letterario per cui scrivo e per il quale ho realizzato un breve filmato sulle sequenze cinematografiche maggiormente rappresentative sul tema scenari urbani nel Cinema italiano.

Tornando nello specifico dell’articolo, nell’organizzazione di un cineforum diventa difficile, per non dire impossibile, prevedere chi verrà a vedere un determinato film, anche se è evidente che ci rivolgiamo a persone che amano il Cinema, ecco quindi che il nostro scopo deve essere quello di riunire e coinvolgere i presenti, stimolare la loro curiosità e il loro senso critico, abbandonando per sempre la figura del cinefilo come di una persona rigida, agguerrita, schematica e intransigente, ma riportandolo alla sua essenza di persona che fa pratica empirica di conoscenza ed esplorazione di autori, di movimenti, di tendenze estetiche ed ideologiche, con lo stesso approccio con cui leggiamo un libro, guardiamo un quadro o una fotografia o ci avviciniamo a qualunque forma di arte.

Buona Visione a tutti

Vittorio Fusco

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