Dogman: visioni a confronto

Barbara Belzini

È un regista coraggioso Matteo Garrone che, dopo aver girato (in Italia!) un film fantasy tratto da un autore napoletano del ‘600, torna al cinema che gli è più congeniale, quello de “L’imbalsamatore”, di “Primo Amore” (che non so perché continua ad essere poco conosciuto, ma è uno dei film italiani più belli degli ultimi venti anni) e di “Reality”.
Ispirato alla vicenda del Canaro della Magliana, “Dogman” racconta la piccola vita di Marcello (Marcello Fonte, bravissimo e straziante, un volto che ricorda certe facce allucinate di Flavio Bucci), che ha un negozio di toelettatura per cani, una figlia di 10 anni con la quale condivide la passione per le immersioni, un appartamento dove divide la cena con il suo cane, guardando un film, e molti amici nel quartiere.
Non è così male la vita di Marcello, è ricca di amore appunto, e poco importa se per arrotondare occorre spacciare un po’ di cocaina a qualche bullo locale, o fare il palo per qualche piccola rapina negli appartamenti.
Ma tutto il quartiere comincia a sopportare malvolentieri la presenza di Simone (Edoardo Pesce, perfetto per carisma e presenza fisica), un ex pugile pieno di rabbia che minaccia Marcello, i suoi spacciatori, il barista. Tra le tante chiacchiere al bar, qualcuno butta lì che si potrebbe cercare una soluzione per liberarsi del problema, ma restano chiacchiere al bar. Intanto la tensione sale, e Marcello, che è piccolo e gracile, non ha la forza di difendersi, al contrario, finisce per accudire questo energumeno prepotente, forse cerca anche di addomesticarlo, proprio come fosse un cane (nella parata di razze canine che si vedono nel film non è lontana l’associazione uomo-cane, tra esemplari miti e tipi aggressivi), ma finisce, suo malgrado, per diventare complice di un crimine peggiore di altri. Quando però arriva il momento di riscuotere il suo credito presso Simone e questi come sempre lo sbeffeggia, qualcosa in Marcello scatta, si capisce che non ci dorme la notte e comincia ad organizzare una resa dei conti. Come negli altri film di Garrone, “Dogman” è un film che si sviluppa in verticale, dove il protagonista si inabissa in una discesa nelle zone più oscure di sé, fino a confondere il reale con le proprie ossessioni.

Non cede a nessuna lusinga Garrone, nessuna canzonetta consolatoria, nessuna redenzione, solo lo sprofondare visionario di Marcello che approda, in un percorso interiore al limite del dostoevskijano, nella pubblica piazza del quartiere.
Un discorso a parte merita la parte tecnica: l’ambientazione, la fotografia, la regia, tutto in Dogman è magnifico.
Siamo a Castel Volturno, al Villaggio Coppola (o Pinetamare), scempio edilizio abusivo costruito negli anni’60 con obiettivi mitologici a metà tra Rimini e la California, poi occupato dagli sfollati del terremoto degli anni ’80, infine abbandonato e occupato dal clan dei Casalesi.
Castel Volturno (insieme alle Vele di Scampia) è la location “naturale” del miglior immaginario italiano degli ultimi anni, un luogo molto caro a Garrone che ci ha ambientato sia “L’imbalsamatore” che alcune scene di “Gomorra”, e dove sono stati girati “L’uomo in più” di Paolo Sorrentino e “Indivisibili” di Edoardo De Angelis.
Siamo alla fine del mondo, come in una inquadratura di Ciprì e Maresco, dove i personaggi vivono sulle macerie di una civiltà abbandonata e vengono trovati dalla telecamera, spiati e fermati in inquadrature magnifiche virate in una luce blu livida, fredda, come in un western post-apocalittico. Non ci sono gli zombie, ma si muore per strada, per caso, lo stesso.

 

Simone Schiavi

Crudo, freddo, spietato. Queste sono le prime parole che mi vengono in mente per definire Dogman, il nuovo film di Matteo Garrone, tornato al Festival di Cannes 10 anni dopo Gomorra. Il protagonista del film è Marcello (Marcello Fonte), un uomo mite e tranquillo che gestisce un salone di toelettatura per cani, dal nome “Dogman”, in un quartiere periferico e degradato. L’uomo simbolo di quel degrado è Simone (Edoardo Pesce), un ex pugile che intimidisce e umilia i negozianti del quartiere, sfruttandoli senza vergogna. Il minuscolo Marcello passa le giornate a destreggiarsi tra il suo lavoro e l’adorata figlia Alida, dovendo, però, fare i conti con Simone e con l’ambiguo rapporto di sottomissione che lo lega all’ex pugile. Stremato da una vita complicata e piena di ingiustizie Marcello decide di seguire Simone e di diventare suo aiutante in una serie di rapine. Così facendo Marcello finisce col tradire la sua stessa moralità ed anche i suoi amici compaesani. Infatti, quando Simone usa come base operativa per una rapina il negozio Dogman, il peso delle azioni, che il timido Marcello sta compiendo, diventa sempre più insostenibile, tanto che arriverà ad autoaccusarsi del furto, finendo per un anno in carcere, lontano dai suoi cani e dalla figlia. Dopo aver perso ogni cosa, arriva per Marcello il momento della redenzione, seguito da una feroce sete di vendetta…

Il film è liberamente ispirato alla storia di Pietro De Nigri, che nel 1988 è passato alle cronache criminali come “Il Canaro” della Magliana, il toelettatore all’apparenza tranquillo che ha risposto con la violenza alla violenza che c’era intorno a sé. Matteo Garrone racconta così un’Italia diventata terra di nessuno, in cui cane mangia cane e dove vige la legge del più forte. Infatti Dogman inizia con il ringhio di un pitbull da combattimento con gli altri cani chiusi dentro le gabbie del negozio che lo guardano terrorizzati, la stessa paura con cui le persone del quartiere guardano Simone.

È un film che ha tutto quello che serve al punto giusto e che Garrone non sbaglia una virgola nel girarlo. Tutte le scene sono perfette così come sono perfette le facce di tutti gli attori, non solo i protagonisti, anche quelli al ristorante, quelli in galera e quelli che si nascondono nelle pieghe profonde e sporche della periferia. È perfetta la location, specchio di quel quartiere livellato dal degrado ed in cui al posto degli animi delle persone si innalzano solo palazzine abusive. È perfetta la fotografia del danese Nicolaj Bruel, che dipinge meravigliosamente gli oscuri quadri di desolazione urbana. È infine perfetta l’interpretazione di Marcello Fonte nei panni del Canaro, vincitore della Palma d’oro a Cannes come miglior attore. «Quando abitavo in una baracca e sentivo la pioggia cadere sopra le lamiere», ha esordito Fonte sul palco, ricordando come prima di arrivare al cinema abbia vissuto in tuguri e fatto mille lavori, «mi sembrava di sentire gli applausi. Adesso quegli applausi sono veri, siete voi. E io sento il calore di una famiglia. Mi sento a casa, la mia famiglia è il cinema». Parole commoventi, proprio com’è quest’uomo che Matteo Garrone ha paragonato per la sua comicità “leggera” a Buster Keaton.

Al prestigioso Festival, sono stati riservati al film ben 10 minuti di applausi al termine della proiezione, applausi a cui mi unisco anche io perché cosa gli si può dire a un film come Dogman se non sommergerlo di applausi? L’unica cosa che sono riuscito a dirgli quando sono uscito dalla sala e quando ho lentamente ricominciato a respirare è: “cazzo però, quanto è tosto questo film!”. Si perché Dogman è un film che ti azzanna, un film che racconta cose tanto brutte in maniera splendida. Un film da cui vorresti scappare ma alla fine rimani lì, con lo sguardo fisso sullo schermo e non riesci a muoverti di fronte a tutto quell’orrore e a quell’assenza di speranza. Mi raccomando andate a vederlo perché merita e non vedrete una cosa così bella da qui a molto tempo. Merita perché Dogman è un film fuori dal nostro tempo e proprio per questo credo che nel tempo ci resterà.

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